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20.12.2015


L’Italia e il melodramma del primo Novecento nelle edizioni Olschki

Dall'Italia unita all'Italia ferita

di Carlo Bianchi

È stata data recentemente alle stampe, per l’editore Olschki di Firenze, l’imponente ricerca di Andrea Sessa Il melodramma italiano. 1901-1925. Dizionario bio-bibliografico dei compositori – due volumi di cinquecento pagine ciascuno lungo i quali lo studioso milanese (classe 1963) ha ricostruito un quadro quanto mai meticoloso della produzione operistica del nostro paese in quegli anni, scandagliando una gran quantità di fonti e archivi da cui (ri)emergono ben 1323 compositori. Come recita il titolo, si tratta di due libri strutturati a mo’ di dizionario. I compositori cioè sono stati catalogati in ordine alfabetico, da Gennaro Abbate a Guglielmo Zuelli, ogni voce comprende un profilo biografico con alcune calibrate osservazioni sulla produzione compositiva, in generale, ma con una lente di ingrandimento sulle opere liriche – nonché su balletti, pantomime, cantate e oratori, complessivamente si parla di teatro musicale – e, in chiusura, la bibliografia inerente l’argomento, fra enciclopedie, monografie, articoli di periodici ed epistolari.
 
Naturale prosecuzione de Il melodramma italiano 1861-1900 pubblicato sempre da Sessa per Olschki (nel 2003) anche questo recente lavoro è contraddistinto, come il precedente, da una particolare attenzione ai compositori "minori" e quindi ad opere talvolta sconosciute – parecchie voci contano addirittura poche righe, mentre le opere "di repertorio"con i vari Mascagni, Puccini, Leoncavallo, Ponchielli, Cilea e Giordano, vengono relegate in appendice. Per quanto possibile, dunque, Sessa ha inteso ora riunire tutti i compositori che hanno fatto rappresentare opere nuove in Italia nel periodo successivo alla scomparsa di Verdi, avvenuta giusto nel primo anno del nuovo secolo, e quando il fenomeno del Verismo aveva imboccato il viale del tramonto. "Per l’opera sono anni di crisi e di ricerca di nuove strade" – nota l’autore nella breve introduzione – da cui emerge un panorama complesso e variegato, dapprima per via di un parziale abbandono dei temi della poetica verista, in favore di altri esotici, arcaici o leggendari, sentimentalismi da commedia etc., e in seguito per via dell’entrata in guerra dell’Italia: avvenimento che dà origine a una folta schiera di lavori a sfondo patriottico.
 
Il limite finale posto da Sessa è ufficialmente l’anno 1925, a delineare il primo quarto di secolo. Diversamente dal 1901, però, esso non coincide con accadimenti significativi e non indica linee di demarcazione, né a livello storico, né musicale. Inoltre, il 1925 non costituisce di fatto nemmeno un limite per l’indagine di Sessa. E questo paradossalmente è uno dei maggiori pregi del libro, su cui è opportuno soffermarsi proprio perché va al di là dei propositi dichiarati nei titoli e nell’introduzione. Sebbene la maggior parte delle opere individuate da Sessa rientrino nei primi anni Venti, la vita e l’attività dei compositori si estendono sovente ben oltre, per giungere alle soglie della seconda guerra mondiale, o addirittura oltre. Dunque, molte voci finiscono con l’offrire elementi biografici e di repertorio per una ricostruzione della vita musicale in Italia sotto tutto il fascismo. Un regime teso peraltro ad appuntarsi, fra le varie cose, su una costante rievocazione in termini eroici e nazionalistici di quella Grande Guerra che Sessa indica come l’avvenimento più dirompente nel periodo da lui prescelto: "la fornace in cui precipitò l’Italia" – come viene definita nell’introduzione – con le accennate conseguenze patriottiche anche a livello di teatro musicale. Si può quindi affermare che il doppio volume di Sessa complessivamente, nella scia di quello precedente, che prendeva le mosse dal 1861, abbia l’effetto di "traghettare" il genere del melodramma dal patriottismo risorgimentale, che cementò l’Italia e gli italiani, a quello del ventennio che si rivelava più drammatico e contraddittorio anche nel risentire del trauma post-bellico.

Il rapporto che i compositori stabilirono tramite le loro opere, dapprima con la guerra e poi con i dettami del fascismo, si articola su diversi livelli. Alcuni compositori scrissero opere nel periodo intorno alla guerra senza che quel trauma lasciasse traccia alcuna, apparentemente, nello stile della musica e nell’argomento dei libretti. Successivamente, sotto il regime, altri scrissero opere che non risentivano dei valori di quella ideologia pur nell’adesione culturale da parte del compositore, o creando zone di impermeabilità in quanto dissenso – e in genere si tratta dei nomi che hanno maggiore rilievo per la storia della musica realizzando le opere di più alto livello artistico – quella ferrigna "generazione dell’Ottanta" che annovera Alfano, Casella, Respighi, Malipiero e Pizzetti, ma anche Pick-Mangiagalli e Ferrari Trecate. D’altronde, nel mare magnum dei "minori", troviamo compositori che scrissero lavori teatrali patriottici sia in riferimento alla guerra, sia in sostegno alla propaganda del regime. E in certi casi addirittura le due cose coincidono. Spicca ad esempio il nome di Giuseppe Blanc (1886-1969) di cui Sessa evidenzia l’opera La valle degli eroi (da Il convegno dei martiri di Salvatore Gotta) rievocazione allegorica che rinsalda reduci della guerra e giovani fascisti, andata in scena al Teatro Regio di Torino nel 1931 e replicata dall’EIAR, l’anno successivo, in occasione del decennale della marcia su Roma. Al cospetto di un Blanc "cantore del regime", come lo definisce Sessa, che si conquistò (a suo modo) una certa fama, ci imbattiamo poi in un nome, quello di Ugo Franceschi, di cui non vengono riportate nemmeno le date, bensì l’opera Balilla attraverso i tempi "in quattro atti e sette sintesi" rappresentata al "Verdi" di Firenze nel 1934.

Musica scritta per la propaganda, oppure utilizzata da quest’ultima al di là delle intenzioni dei compositori e delle connotazioni dell’opera. Franco Bisazza (1895-1942) reduce ferito dal fronte della Grande Guerra scrisse il mimodramma Sur la mort di un Pierrot e l’opera Tempesta di anime rappresentata nel 1919 e nel 1923, ma perfino nel settembre 1940, durante una serata in onore della Gioventù Italiana Littoria che stava arruolando balilla sull’onda dell’entusiasmo per il 10 luglio. Melodia e dramma, è il caso di dirlo. Tuttavia, le bolle di simbiosi tra musica e fascismo, come per i rapporti fra musica e Grande Guerra, non riguardano solo il teatro musicale, ma anche brani non rappresentativi. Per tornare a Giuseppe Blanc, Sessa ricostruisce la sua figura di cantore del regime come si ritrova innanzitutto in una grande quantità di inni, canzoni e marcette, che risalgono alla prima guerra mondiale, passando per la nuova versione di Giovinezza, fino ad Adesso viene il bello, canzone scritta durante la seconda guerra mondiale "che riprendendo un celebre slogan di Mussolini vaticinava la sconfitta dell’Inghilterra" (Sessa, pp. 99-100).

Musica per la patria in altre patrie. Al pari di Blanc, altri compositori asserviti al regime scrissero musiche per celebrare le imprese coloniali italiane, in Somalia ed Eritrea. Addirittura il compositore sardo Gabriel Gavino (1881-1980) dopo aver abbandonato la direzione della Discoteca di Stato nel 1932, ricoprì in Eritrea, a partire dal 1936, degli importanti incarichi istituzionali riorganizzando la Biblioteca di Stato, promuovendo i primi studi etnografici locali e infine, durante la guerra, istituendo una rete di radioascolto per tutta l’Eritrea. Musica e istituzioni dunque. Il volume di Sessa non offre solo elementi per rintracciare una musica di propaganda, teatrale o no, ma per ricostruire la modalità con cui i compositori – maggiori e minori – si inserirono e operarono nei conservatori, nelle accademie musicali, nelle varie associazioni, nei circuiti concertistici, alla direzione di bande e orchestre, etc. Al cospetto di rifiuti e isolamenti in segno di protesta, emerge una vita musicale fatta ora di indifferenze, ora di tacite connivenze e opportunismi, se non convinte adesioni, in cui il melodramma conviveva florido al fianco di altre forme musicali, certo sottoposto alle esigenze organizzative ed estetiche del nazionalismo imperante, eppur godendo di un certo possibilismo espressivo (il regime aveva fatto dell’eclettismo una delle proprie tecniche di dominio, lasciando declinare le tendenze comunemente dette "neoclassiche" in modo quantomai articolato).

Quello del melodramma nella vita musicale fra le due guerre – va ribadito – non è l’argomento perseguito principalmente dalla pubblicazione di Sessa, che dedica molto spazio ai melodrammi rappresentati nel corso dei quindici anni che precedono la guerra. E neppure lo è il fattivo rapporto con il fascismo. Da queste pagine, tuttavia, emerge anche un teatro musicale che finisce con l’attraversare il ventennio dispiegando forme e funzioni dalla diversificata valenza sociale. Peraltro, accanto a quello profano, non va dimenticato il teatro musicale sacro, sviluppatosi in seno al Movimento Ceciliano. Spicca ancora la figura di don Lorenzo Perosi, la cui produzione di poemi, Cantate e sacre rappresentazioni, fervida nei primi anni del secolo, continuò a snodarsi negli anni Trenta (Natalitia per tenore e coro eseguita nel Natale 1937 alla Radio Vaticana con Beniamino Gigli) in un’Italia già in odore di leggi razziali e alle soglie di un’altra guerra, quando il canto liturgico poteva essere interpretato ora in osservanza, ora in attrito con i dettami del regime, proprio in ragione del carattere universale dei valori cristiani. Nel corso della presente recensione abbiamo voluto mettere in rilievo questi argomenti "minori", all’interno di una indagine a sua volta "minore", onde non sfugga, dietro l’apparenza del titolo, che il recente doppio volume di Sessa offre parecchio materiale biografico e bibliografico (anche) a chi si occupa di siffatta materia controversa. Siamo dunque grati all’autore per avercelo servito. 

                                                                                Carlo Bianchi


Andrea Sessa, Il melodramma italiano. 1901-1925. Dizionario bio-bibliografico dei compositori, Firenze, Olschki, 2014 – collana «Historiae Musicae Cultores» (CXXVI) diretta da V. Bernardoni, L. Bianconi, F. Piperno – 2 voll., pagg. 1009, EUR 90.00

Carlo Bianchi è diplomato in pianoforte e laureato in musicologia presso l’Università degli Studi di Pavia, sede di Cremona. Ivi ha svolto un dottorato di ricerca e ha ricoperto diversi incarichi di insegnamento. Insignito del premio "Liszt" dall’omonimo Istituto di Bologna, ha pubblicato saggi su vari compositori e aspetti di sociologia musicale del Novecento storico (in lingua italiana, inglese e tedesca). Si occupa anche di melodramma e di popular music contemporanea. Fa parte della Società Italiana per gli Studi sulla Storia Contemporanea (SISSCO). Collabora, inoltre, con il bimestrale «BresciaMusica» e cura programmi di sala per varie istituzioni concertistiche.


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